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9 Febbraio 2019

Alexandria Ocasio-Cortez salverà l’ambiente col Green New Deal?

Alexandria Ocasio-Cortez
Alexandria Ocasio-Cortez alla presentazione del Green New Deal. (foto: SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Da circa due mesi è diventato uno dei temi che dominano la politica statunitense, portato avanti da un Partito democratico ringiovanito e rinnovato mentre Trump arrancava nel suo shutdown. Il cosiddetto Green New Deal —  l’ambizioso piano per velocizzare una transizione dall’economia del carbon fossile a una pulita – ora è appena stato svelato ufficialmente al pubblico, e porta soprattutto il volto della deputata della corrente socialista dei Dems, Alexandria Ocasio-Cortez del Bronx.

Ma il Deal – che si ispira fin dal nome al faranoico intervento governativo voluto da Franklin Delano Roosevelt, negli anni Trenta, dopo la Grande Depressione – è ancora immerso nella nebbia per quanto riguarda le implicazioni concrete e le modalità con cui finanziarlo. Ma in ogni caso ha già ispirato numerosi progressisti su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Non è un’idea nuova
La proposta di rinnovare radicalmente l’assetto industriale e lavorativo americano ha le sue radici in alcuni economisti delle Nazioni Unite, nello stesso Barack Obama, nel Green Party americano, e persino in un opinionista liberal del New York Times come Thomas Friedman (che però cercava di venderlo ai suoi lettori facendo appello ai profitti che la riconversione energetica avrebbe garantito).

Rispetto alle sue origini, il Gnd è tornato di moda, e parecchio, in un contesto profondamente mutato. Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono stati colpiti dalle calamità naturali  – uragani come Maria, Irma e Harvey, gli incendi apocalittici della California o il freddo estremo di questi giorni nel Midwest. E i report dello scorso autunno, circa il poco tempo che ci rimane per ridurre le emissioni di gas serra prima che i danni siano irreversibili, hanno colpito in maniera evidente l’opinione pubblica.

Oggi il Green New Deal è incredibilmente popolare. Se otto statunitensi su 10, in un sondaggio frutto della collaborazione tra HuffPost e Yale University, nel dicembre scorso, ammettevano di non averlo mai sentito nominare; quando gli è stato illustrato il suo scopo, se ne è invece detta entusiasta la medesima percentuale (tra cui il 92 per cento degli iscritti al Partito democratico e il 65 per cento degli iscritti al Partito repubblicano).

Un piano ambizioso
È la proposta più ambiziosa da almeno mezzo secolo a questa parte per ristrutturare l’economia degli Stati Uniti e trasformarla in una superpotenza verde. Lo slogan è quello di un’America pulita entro 10 anni tramite l’adozione delle energie rinnovabili, con “l’obiettivo di zero emissioni tramite una giusta transizione“. C’è, ovviamente, l’addio al nucleare. “Neanche le soluzioni che abbiamo ritenuto finora efficaci sono in grado di contrastare l’attuale problema del cambiamento climatico che affligge il paese e il mondo“, ha spiegato Ocasio-Cortez. “Nessuno ha finora pensato a quale potrebbe essere una soluzione, che è quello che noi ci proponiamo con il Green New Deal“.

L’aspetto politicamente rilevante è che il Gnd è stato sponsorizzato anche da quattro big del suo Partito come Cory Booker, Kamala Harris, Elizabeth Warren e Kirsten Gillibrand, che correranno per le primarie del Partito democratico nel 2020. Segno che il progetto ormai va ben oltre i confini della sinistra socialista ma ha toccato tutte le sfere del mainstream.

Si apre dunque una nuova fase per un movimento – quello ambientalista – che sta cambiando il corso del dibattito e che dominerà probabilmente anche la prossima corsa per la Casa Bianca. Di sicuro, in caso di rielezione di Trump, tutte le idee che animano il Gnd verranno messe in freezer.

Cosa implica?
Il problema è che il Gnd per ora ha più l’aspetto di una lista di intenti che un piano dettagliato. Rispetto alle prime indicazioni, l’accordo non delinea un futuro in cui l’approvvigionamento elettrico nazionale dipenda al “100 per cento” dalle rinnovabili, ma piuttosto accenna a un mix di “fonti energetiche pulite, rinnovabili e a zero emissioni“.

Scompare, inoltre, lo specifico divieto del combustibile fossile, quasi a voler ammiccare ai moderati di Capitol Hill e ai sindacati, che temono una trasformazione troppo radicale a detrimento dei posti di lavoro e delle imprese.

Secondo il capo staff di Ocasio-Cortez, Saikat Chakrabart, la risoluzione presentata a Washington “descrive un piano di 10 anni per trasformare ogni settore della nostra economia per eliminare gas serra e inquinamento“. Tra le idee chiave del Gnd ci sono dunque la “decarbonizzazione” di tutti i “principali settori dell’economia“, da quello energetico a quello manifatturiero, alle costruzioni, ai trasporti e oltre; una forma di tutela economica per chi non lavora (un reddito universale?); un sistema sanitario pubblico; e la protezione di tutti i popopoli indigeni, le comunità di colore e le minoranze più vulnerabili.

Come verrà pagato?
Il documento presentato giovedì spiega che il governo prenderebbe parte agli investimenti con una sorta di pacchetto azionario. Ma, senza andare troppo per il sottile, il Gnd sembra basarsi concettualmente soprattutto sull’idea di fare deficit a più non posso, citando gli esempi del primo New Deal, del quantitative easing obamiano del 2008, o delle spese astronomiche per gli interventi militari americani.

Giustificazioni che costituiscono anche le idee chiave dalla Modern Monetary Theory (Mmt), la teoria economica eterodossa che sostiene che il debito pubblico non va ripagato finché alla gente si dà lavoro, e che in questi ultimi anni ha preso quota finendo col conquistare la stessa Ocasio-Cortez. In altre parole, la Mmt è diventata parte integrante del piano. Al punto da far sembrare (se così resteranno le cose) quasi inutile l’invocazione delle super-tasse al 70 per cento per i miliardari.

E l’Europa?
Il grande successo in termini comunicativi, simbolici e mediatici del piano verde di Ocasio-Cortez sta mobilitando diversi gruppi progressisti nel Vecchio continente. Il newtork politico transnazionale Diem25, la cui missione principale è riformare le istituzioni politiche ed economiche di Bruxelles, ha presentato pochi giorni fa il suo “New Deal Europeo”, che richiama in modo evidente la proposta del Partito democratico Usa e ha una notevole componente ambientalista.

Un’altra proposta di riforma delle istituzioni europee con un occhio puntato sul cambiamento climatico, in una fase in cui gli Stati Uniti si sono tirati fuori dagli accordi di Parigi, è stata sviluppata su Project Syndicate da un economista e un esperto di politica internazionale italiani, col titolo Green New Deal for Europe.

Per il momento bisogna vedere quale concreto spazio politico potrà trovare il Gnd nella piattaforma del Partito democratico, se resterà una suggestione o un pesante terreno di scontro con gli avversari, in una fase di polarizzazione fortissima su moltissime tematiche nazionali, dall’immigrazione al politically correct, dal ruolo dello stato a, appunto, il climate change.

La vaghezza con cui il Green New Deal è illustrato al pubblico ci racconta del difficile sforzo dei suoi autori di bilanciare una miriade di interessi e punti di vista, e di diverse correnti del progressismo americano, e del mondo degli economisti, persino. Va ricordato che la risoluzione presentata non è per ora vincolante per nessuno, e che l’orizzonte di dieci anni che gli servirebbe per funzionare, comunque, è un arco di tempo così lungo rispetto ai tempi della politica che per ora, forse, possiamo anche fare a meno di troppi dettagli.

 

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