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6 dicembre 2018

Carta famiglia, extracomunitari regolari esclusi, perché?

Un nuovo emendamento alla legge di bilancio, presentato dalla Lega e approvato ieri, esclude gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia dalle agevolazioni per le famiglie numerose. La carta famiglia era entrata in vigore nel 2017 e garantiva alle fasce più deboli della popolazione uno sconto fino al 20% su medicine, mezzi di trasporto, alimenti, bollette, eventi culturali e materiale scolastico. Come si leggeva in Gazzetta ufficiale, “Hanno diritto alla carta famiglia tutti i nuclei familiari – italiani e stranieri, regolarmente residenti in Italia – con almeno tre componenti minori di età e con un indice Isee in corso di validità che non superi i 30mila euro“.

Da ora, però, le cose cambiano. Come spiega l’emendamento approvato dalla commissione bilancio della Camera, i nuovi beneficiari della carta famiglia saranno esclusivamente le “famiglie costituite da cittadini italiani ovvero appartenenti a Paesi membri dell’Unione europea regolarmente residenti nel territorio italiano, con almeno tre figli a carico”. Via i cittadini extracomunitari residenti in Italia, in quella che da carta famiglia si trasforma in carta italiani. In compenso, viene eliminato il paletto della minore età dei figli, alzata fino ai 26 anni. Inoltre, scompare ogni riferimento all’Isee. Si tolgono gli stranieri quindi, ma si amplia la platea di potenziali beneficiari italiani, qualunque sia il loro reddito: basta avere tre figli. Secondo i dati dell’Istat, sono 4 milioni gli extracomunitari regolarmente residenti in Italia e che verranno tagliati fuori dal nuovo emendamento alla legge di bilancio. Persone che spesso faticano ad arrivare a fine mese e che più di tutti avrebbero bisogno di un sostegno da quello Stato a cui offrono la loro manodopera e a cui pagano le tasse.

Il paradosso è che Matteo Salvini, quando viene accusato di xenofobia, dice di avercela soltanto con gli irregolari. “Immigrati regolari che pagano tasse e portano rispetto sono fratelli. Il mio problema è la clandestinità”, twittava l’anno scorso. Togliere loro una forma di sostegno per l’accesso a beni e servizi primari è uno strano modo di mostrare questo riconoscimento fraterno. Lo stato, peraltro, non ci guadagna un euro. Nel provvedimento originario si specifica infatti che “dalla disposizione non derivano nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Questo perché gli sconti legati alla carta famiglia non sono a carico dello Stato, quanto piuttosto degli esercizi commerciali che possono scegliere in modo libero e volontario se aderire all’iniziativa, attraverso un bollino esposto in vetrina – “Amico della famiglia” in caso di sconto del 5%, “Sostenitore della famiglia” per gli sconti fino al 20.

La misura ha dunque natura esclusivamente politica, una legge razziale soft che esclude da un beneficio chi è regolarmente residente in Italia, per la sola colpa della sua etnia. In questi primi mesi di vita, peraltro, la carta ha fatto fatica a decollare: sul sito del ministero compaiono solo due convenzioni attive, tanto che il ministro della famiglia, il leghista Lorenzo Fontana, in un avviso ministeriale recente aveva incitato le aziende ad aderirvi. Piuttosto che dare nuovo slancio a uno strumento utile per la lotta alla povertà, con iniziative volte a far incontrare la domanda e l’offerta, si è però deciso di limitarne la platea sulla base di un criterio discriminatorio. Azzoppando ulteriormente il valore della carta.

Il provvedimento si inserisce in un trend ben più ampio. Nel giro di poche settimane sono stati esclusi i cittadini extracomunitari dai possibili beneficiari del reddito di cittadinanza, sono stati mandati in strada migliaia di migranti regolari trasformandoli in irregolari, sono state tassate le rimesse internazionali con cui gli stranieri inviano soldi in patria ed è stato eliminato il fondo sanitario da 30 milioni di euro per i migranti – mentre si continua a gridare ai quattro venti la bufala del “ci portano le malattie”. Questo mi fa venire in mente quel vecchio articolo della Costituzione, che sottolinea come “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di razza, di lingua, di religione”. Evidentemente, deve essere caduto in disuso.

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